Chetogenesi: effetti.

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Il mio blog nasce principalmente per parlarvi dei benefici della dieta chetogenica sul mal di testa, tuttavia, credo sia comunque utile proporvi la traduzione del post di Maria Emmerich, una keto-blogger americana che adotta la chetogenesi come stile di vita e qui ci parla dei suoi potenziali benefici. Non vi sono accenni sulla cefalea, ma solo perché gli studi sulla questione sono ancora agli albori. Tuttavia, sempre più persone anche al di là dell’Oceano se ne interessano e ci contattano per scambiare informazioni ed esperienze.
(https://www.facebook.com/ketoadapted/photos/a.382810571445.166726.337393421445/10153481657911446/?type=3&fref=nf&pnref=story)

Lo sapevate che mangiare due fette di pane integrale può aumentare gli zuccheri nel sangue di più di 2 cucchiai di zucchero di canna puro?
Passiamo in rassegna i modi in cui una dieta chetogenica, riducendo l’apporto di carboidrati, possa aiutarci a stare meglio:

1. INSULINA: un alto contenuto di carboidrati negli alimenti poveri di grassi come grano, riso, farina d’avena, mais, patate o banane, aumenta la glicemia (lo zucchero nel sangue) e di conseguenza l’insulina. Questi alimenti sono tutti caratterizzati da un indice glicemico (la capacità di innalzare la glicemia; n.d.t.) molto alto. Mangiando cibi ad alto indice glicemico, determiniamo l’innalzamento dei valori di insulina nel sangue. La protratta persistenza ad alti livelli di insulina, aumenta il rischio di sviluppare l’insulino-resistenza (condizione in cui l’organismo inizia a rispondere sempre meno allo stimolo insulinico, per cui dovrà esserne messa in circolo sempre di più per ottenere l’effetto metabolico desiderato; n.d.t.). La resistenza all’insulina induce le cellule adipose a crescere, soprattutto sull’addome, inoltre induce un effetto valanga sulla nostra salute che può indurre ad una condizione di pre-diabete, con consegunte ulteriore innalzamento dei valori di insulina plasmatica. Così, il grasso viscerale si accumula, l’insulino-resistenza peggiora e prosegue il circolo vizioso.

2. LEPTINA: Vi siete mai chiesti il motivo per cui è più facile aumentare di peso rispetto al non prenderlo? Il segreto di questo apparente mistero è racchiuso nelle cellule adipose, in cui è prodotto un potente ormone chiamato leptina. La leptina segnala al cervello di regolare il metabolismo, al fine di conservare o di bruciare i grassi. Una volta che la leptina è secreta dalle cellule adipose, viaggia verso l’ipotalamo, il quale controlla il comportamento alimentare. Infatti, in quella sede, la leptina attiva le cellule nervose anoressizzanti, diminuendo, quindi, l’appetito. Allo stesso tempo, la leptina inibisce le cellule nervose che stimolano l’appetito. Per dirla semplicemente, quando i livelli di leptina diminuiscono, si avverte la fame; quando i suoi valori aumentano, invece, uno si sente pieno. La lecitina del frumento è in grado di bloccare il recettore della leptina, regolando così l’appetito. La resistenza alla leptina è sempre più indicata come la ragione fondamentale per cui le persone faticano a perdere peso: essa è simile a quella all’insulina, in quanto si verifica dopo essere stati sovraesposti a lungo ad elevati livelli di ormone. A questo punto, il corpo non risponderà più all’ormone. Proprio come ad elevati livelli di zucchero nel sangue conseguano picchi di insulina, lo zucchero metabolizzato nelle cellule adipose fa sì che il grasso rilasci la leptina, portando ad un suo picco. Così facendo, nel corso del tempo, la leptina stessa, se prodotta in eccesso, può indurre ad una sua resistenza.
Il modo migliore per ridurre le probabilità di diabete è quello di evitare i picchi di leptina che sono la principale causa dello sviluppo della resistenza alla leptina. Mangiare seguendo la tipica dieta occidentale, ricca di zuccheri raffinati e di altri prodotti alimentari trasformati, è un modo certo per causare tali picchi indesiderati. Basare la vostra dieta su cibi molto semplici non trasformati, come le verdure, è al momento il modo migliore per prevenire leptino-resistenza.

3. FAME: Quando la glicemia va su, dovrà poi anche venire giù. Questo è il motivo per cui le persone che mangiano un alto contenuto di carboidrati durante la prima colazione affrontano un momento di difficoltà prima di pranzo; diventano irritabili e hanno un cervello offuscato a partire da circa 2 ore dopo aver consumato il loro prodotto da forno, lievitato e magari anche light senza grassi. Questa sensazione indesiderata viene curata con una ulteriore dose di carboidrati; creando un circolo vizioso. Non solo, stimola un irrefrenabile desiderio di assumere sempre più zuccheri.

4. DIPENDENZA: Le proteine presenti nel grano contengono variazioni amminoacidiche per cui esse sembrano totalmente diverse da quelle presenti nel grano non geneticamente modificato. In sostanza agiscono come stimolanti dell’appetito. Questo perché le gliadine sono polipeptidi simili alla morfina, chiamate exorfine (perché –orfine esogene, per distinguerle da quelle endogene, chiamate endorfine; n.d.t.), che agiscono sul nostro cervello. A tal proposito, è molto interessante che l’azione di queste queste exorfine possa essere bloccata da farmaci oppiacei-bloccanti. Un’azienda farmaceutica ha presentato domanda alla FDA (food and drug administration, l’ente USA che si occupa di normative in mateira farmacologica ed alimentare e regolamenta il commercio di cibo e medicinali; n.d.t.) per dotare uno specifico farmaco oppiaceo dell’indicazione alla perdita di peso, perché gli studi clinici hanno rivelato che i volontari che lo avevano assunto avevano perso 11 kg in 6 mesi. I volontari che assumevano il farmaco bloccante i recettori oppiacei, avevano ridotto l’apporto calorico di 400 calorie al giorno. Tutto ciò è molto affascinante perché c’è un solo alimento che ha dei composti simil-oppiacei: grano.

5. DEPRESSIONE: Dopo il tratto digerente, è il sistema nervoso ad essere più comunemente vittima dei disturbi causati dal glutine. In particolare, si pensa che la depressione possa essere causata dal glutine mediante uno dei due seguenti meccanismi.
La prima ipotesi si riferisce alle alterazioni infiammatorie che il glutine può causare: il sistema immunitario di un individuo sensibile al glutine risponde alla gliadina. Purtroppo, la proteina è simile nella struttura ad altre proteine presenti nel corpo, comprese quelle delle cellule cerebrali e nervose. Una cross-reattività può verificarsi quando il sistema immunitario faccia “confusione” tra proteine dell’organismo e gliadina. Questo è chiamato mimetismo cellulare e il risultato è che il corpo attacca i suoi stessi tessuti con conseguente infiammazione. Quando l’infiammazione si verifica a carico del sistema nervoso, possono verificarsi una varietà di sintomi, tra cui la depressione. Le ricerche ci dicono che i pazienti con sensibilità al glutine aventi sintomi coinvolgenti il sistema nervoso, soffrono di problemi digestivi solo per il 13% del tempo. Questo è importante perché tradizionalmente per la medicina la sensibilità al glutine è quasi esclusivamente sinonimo di disturbi digestivi.
Un altro possibile meccanismo attraverso il quale si può spiegare lo sviluppo della depressione, tiene coto del fatto che il glutine possa interferire con l’assorbimento delle proteine. In particolare ciò può condurre ad una carenza dell’aminoacido triptofano (il precursore della biosintesi della serotonina; n.d.t.). Il triptofano nel cervello è responsabile delle sensazioni di benessere e relax. Una sua carenza può portare a depressione e ansia. Inoltre, il 90% della produzione di serotonina del nostro organismo si verifica proprio nel tratto digestivo (fu infatti proprio scoperta inizialmente nell’intestino, e chiamata pertanto “enterina”; n.d.t.). Quindi ha senso ritenere che il cibo potrebbe avere un effetto, positivo o negativo, sulla produzione di serotonina e su di una conseguente depressione.

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